Verso l’anno della misericordia pensavo alla croce: alla sofferenza di Gesù su di essa ed ho pensato: non è la sofferenza che salva, ma il perdono. Ciò che ha sovvertito tutto non è la sofferenza del Figlio di Dio che va a sostituire la sofferenza degli uomini come se Dio chiedesse un assurdo tributo di dolore, quello che salva è il perdono di chi venendo ucciso in modo ingiusto, folle e barbaro ed abbandonato da tutti, perdona per primo, senza che gli altri diano segno di pentimento. Così si rivoluziona tutto: non è come si pensa la tradizione la capacità di aggiungere la propria sofferenza a quella di Cristo a salvare (come se ci fosse una quota di dolore che va pagata a non so chi) ma la propria capacità di amore e di perdono, pur in condizioni avverse che si va ad aggiungere a quella di Dio. Il Signore non ha bisogno della nostra sofferenza per salvare, ma del nostro amore e della nostra misericordia. Capace di perdonare per primi. Mi sono fermata a contemplare quest’idea ed era calda, luminosa, pulsante, mi ha ridato forza e mi ha fatto andare avanti.
Virginia Invernizzi